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Ciclismo eroico: Giovanni Brunero PDF Stampa E-mail
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GIOVANNI BRUNERO

E IL SUO TRIS AL GIRO D’ITALIA

di Leonardo Arrighi

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Giovanni Brunero 

Bologna, 18 dicembre 2012. Giovanni Brunero, nato il 4 ottobre 1895 a Ceretta (frazione di San Maurizio Canavese), rappresenta un autentico inno alla tenacia e alla forza di volontà. Riuscire ad emergere in un periodo contrassegnato da due tiranni della bicicletta come Girardengo e Binda, accresce ulteriormente il valore delle imprese compiute da Giuanin. 

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Brunero dopo la vittoria del Giro d’Italia 1926
(terzo della sua carriera).
 
Brunero non aveva le doti del dominatore assoluto, ma era ben provvisto di intelligenza e umiltà, caratteristiche che gli hanno permesso di scrivere il suo nome nel novero dei più grandi ciclisti di tutti i tempi. La Iª Guerra Mondiale ne ha ritardato l’ingresso tra i professionisti. Nel 1913 si iscrisse all’Unione Sportiva Ciriacese, poi, subito dopo il conflitto (nel 1919), gli bastarono quattro mesi da dilettante per convincere la Legnano ad ingaggiarlo. I campi di battaglia mettono alla prova la sua profonda umanità, la scomparsa della madre e il ritorno a casa – durante la prima licenza – proprio mentre si sta svolgendo, a sua insaputa, il funerale del padre, lo segnano nell’animo senza renderlo più aspro. La grande vittoria di Giovanni Brunero è quella di essere riuscito a conseguire successi molto prestigiosi, sempre e comunque attraverso una genuina lealtà verso se stesso e verso gli altri.

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Giovanni Brunero al termine del trionfale Giro d’Italia 1921. A sinistra, con occhiali e impermeabile, è immortalato Emilio Colombo (direttore de La Gazzetta dello Sport).

 

IL PRIMO TRIONFO AL GIRO D’ITALIA

Il 25 maggio 1921 prende il via il 9º Giro d’Italia. Alla partenza da Milano i ciclisti sono 69 e il percorso prevede 10 tappe, per un totale di 3081,7 km. La corsa comincia sotto il segno di Costante Girardengo: il Campionissimo vince le prime quattro tappe senza lasciare alcuna possibilità di replica ai suoi avversari. Tano Belloni, alfiere della Bianchi, cerca di limitare i danni piazzandosi per tre volte secondo e non rimediando alcun distacco cronometrico dal grande rivale; Giovanni Brunero (Legnano) accumula 1’18” di ritardo, a causa di una caduta di gruppo nella IIª tappa (Merano-Bologna di 348,8 km).

Dopo il poker di Gira, alla Vª giornata di gara (Chieti-Napoli di 264,8 km) si verifica un evento decisivo: il Campionissimo nella salita che da Pettorano porta a Rocca Pia, dopo un contatto con il compagno di squadra Giuseppe Azzini, cade e viene immediatamente attaccato dal belga Lucien Buysse a cui si accoda anche Brunero. Girardengo non riesce a controbattere e giunge sul Piano delle Cinquemiglia con un ritardo di 4’20” da Buysse e Brunero. A Castel di Sangro il distacco supera i 5’ e Gira smette di dettare i ritmi dell’inseguimento, lasciando l’incombenza al gregario Annoni. Alle 10.40, vicino a Castiglione, il capitano della Stucchi scende dalla bicicletta e disegna una croce sulla strada sterrata e polverosa aggiungendo a voce: “Qui finisce il mio Giro d’Italia”.

La competizione vede la vittoria di Belloni, che diventa il nuovo leader della classifica generale. La corsa riprende slancio grazie al nuovo dualismo tra Tano e Brunero: la VIIª tappa (Roma-Livorno di 341,4 km) fa registrare una foratura di Belloni; Giovanni non si lascia sfuggire l’occasione e insieme ad Aimo e Sivocci lancia una profonda offensiva. Brunero mantiene un’ottima andatura, Aimo si stacca e poco dopo Sivocci cade. Dietro Belloni riesce a ricongiungersi al gruppo degli inseguitori, ma la contesa è saldamente nelle mani dell’atleta della Legnano: Giovanni Brunero arriva solo a Livorno con 2’01” su un piccolo drappello di cinque uomini (tra cui Belloni) e conquista la prima posizione nella graduatoria. La replica di Tano non si fa attendere.

Nella IXª frazione (Parma-Torino di 320,4 km) Belloni, con l’aiuto di Buysse, tenta l’attacco sin dai primi attimi di gara. Alla fine della salita di Pino Torinese Brunero entra in contatto con Annoni e scivola. Questo avvenimento dà nuovo impulso all’azione di Tano Belloni che, dopo una formidabile discesa, arriva solo a Torino guadagnando pochi secondi (11 per la precisione). Giovanni Brunero è riuscito a reagire e a limitare il distacco. Nella Xª e ultima tappa (Torino-Milano di 305,9 km) il percorso del Giro prevede per la prima volta l’ascesa del Ghisallo da Bellagio; la corsa è dura, sulla nuova salita Belloni e Brunero consumano il loro duello, la rivalità raggiunge l’acme. Tano non si risparmia, ma Giovanni mostra una tenacia impressionante e, all’arrivo a Milano, Belloni coglie la soddisfazione parziale, mentre Giuanin vince il Giro d’Italia.

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Giovanni Brunero alle prese con un
problema meccanico alla bicicletta.

 

LA CONFERMA

La seconda affermazione di Giovanni Brunero sulle strade del Giro è datata 1922. Si può parlare di conferma proprio perché giunta l’anno successivo rispetto alla prima vittoria. Come spesso viene ribadito, coniugare il verbo rivincere nasconde molte difficoltà, ma Giovanni, anche se in una competizione non priva di polemiche, riuscì in questa impresa memorabile. Il 24 maggio inizia la 10ª edizione del Giro d’Italia. La partenza si svolge a Milano e i ciclisti al via sono 75. Il percorso contempla 10 tappe (3095,5 km totali). Il 1922 ha fatto segnare il passaggio di Girardengo alla Bianchi che vede tra le sue fila anche Belloni, quindi la vera rivalità si preannuncia tra questa formazione e la Legnano del campione in carica Brunero.

Nella Iª frazione (Milano-Padova di 326,1 km) Giuanin è protagonista di una corsa magnifica: sul Pian delle Fugazze Brunero stacca Gira e Belloni; allo scollinamento il vantaggio su Tano è di 9’. Giovanni Brunero arriva solo al traguardo con 15’43” su Belloni e Gordini, 22’21” su Girardengo e Aimo. A questo punto comincia ad infuriare la polemica: Brunero viene squalificato perché nella discesa del Ponale (che dal Lago di Ledro porta a quello di Garda) è caduto, causando la rottura di una ruota. Il regolamento impone al ciclista di riparare da solo il guasto e, nel caso fosse necessaria la sostituzione, portare all’arrivo il mozzo della ruota cambiata. Brunero invece prende la ruota di Sivocci, che a sua volta riceve quella di Linari e la catena si conclude con Giorgetti. Quest’ultimo sale sulla bicicletta di Ferrario, caricandosi sulle spalle il compagno, che tiene a tracolla la bici con la ruota rotta.

Dopo un’acrobatica discesa su Riva del Garda, il mozzo viene consegnato al direttore sportivo della Legnano Eberardo Pavesi. L’Avucatt si mette all’inseguimento del suo corridore, ma l’auto si ferma senza nessuna intenzione di ripartire. Brunero arriva al traguardo con il mozzo non punzonato (quindi non controllato e approvato dai commissari). Giovanni avrebbe potuto, nell’eventualità in cui la ruota non fosse aggiustabile, evitare la sanzione segnalando ai giudici di gara la sostituzione del componente della bicicletta, purtroppo, probabilmente preda dell’ardore agonistico, Brunero ha scelto di non perdere tempo, trasgredendo così al regolamento. Dopo la squalifica, la Legnano ricorse all’UVI (Unione Velocipedistica Italiana): in attesa della decisione definitiva, a Giovanni Brunero fu consentito di partire “sub judice”.

Nella IIª tappa (Padova-Portorose di 268 km) Giovanni distanzia Belloni di 5’ giungendo a Portorose insieme al vincitore Girardengo. Tano coglie il successo nella IIIª giornata di gara (Portorose-Bologna di 375, 6 km). Al termine della tappa, L’UVI rende nota la propria sentenza: Brunero viene penalizzato di 25’. In questo modo, Belloni diventa il nuovo leader della classifica con 1’15” su Gira, 1’16” su Aimo e 3’54” su Brunero. La Bianchi e la Maino, per protesta, abbandonano il Giro d’Italia (la graduatoria generale perde 9 dei primi 12 corridori). La Legnano vince le altre sette tappe:

Brunero coglie il successo decisivo nella VIIª giornata di gara (Roma-Firenze di 319 km) staccando definitivamente Bartolomeo Aimo. Giovanni si ripete anche nell’ultima frazione (Torino-Milano di 348,5 km) e conquista il suo secondo Giro d’Italia. L’infrazione al regolamento, verificatosi nel corso della Iª tappa, non può intaccare la qualità della prestazione di Brunero. Anche a distanza di molti anni è ancora vivo il rammarico per quella serie di eventi che hanno sottratto alla storia del ciclismo alcune pagine di enorme rilievo.

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Giovanni Brunero sulla copertina della rivista Lo Sport Illustrato. Nella foto scelta Brunero sta percorrendo il giro d’onore al velodromo Sempione di Milano, dopo aver vinto il secondo Giro d’Italia (1922, vedi anche data della rivista: 18 giugno 1922).

 

IL TRIS AL GIRO D’ITALIA

Il 1926 è l’anno del terzo assolo di Giovanni Brunero. Questo risultato lo ha definitivamente collocato nell’olimpo dei monumenti del ciclismo. Parlando soltanto del Giro, coloro che possono vantare più vittorie di Giuanin sono: Alfredo Binda, Fausto Coppi ed Eddy Merckx tutti a quota cinque Giri D’Italia. Dopo questi mostri sacri si trova un ristretto gruppo di sei corridori a quota tre Giri: Carlo Galetti (nel 1912 vinse, con la Ganna, il Giro a squadre, per quella edizione fu prevista questa formula), Giovanni Brunero, Gino Bartali, Fiorenzo Magni, Felice Gimondi, Bernard Hinault. Basta scorrere l’elenco appena proposto per comprendere quale onore sia poter far parte di un novero di atleti di così grande talento.

Questi nomi incarnano buona parte dell’aristocrazia dello sport a pedali ed è un piacere constatare tra essi la presenza di Brunero. Il 14º Giro d’Italia inizia il 15 maggio. La partenza fissata a Milano fa registrare ben 205 partecipanti. Il percorso prevede 12 tappe (3429,7 km). Alfredo Binda, dopo la splendida vittoria dell’anno precedente, è unanimemente considerato il favorito. Già durante la Iª giornata di gara (Milano-Torino di 275 km) si verifica un importante episodio: il campione di Cittiglio, per colpa di un guasto ai freni, perde il controllo della bicicletta e cade nella discesa della Serra. Binda resta a terra per alcuni minuti, poi riesce a rimettersi in sella, perdendo però 35’40” da Domenico Piemontesi, giunto solo a Torino con un vantaggio di 2’07” su Picchiottino.

Piemontesi ribadisce il proprio stato di forma anche nella IIª tappa (Torino-Genova di 250,5 km) vincendo e rifilando 2’30” a Girardengo e Brunero, mentre Binda, non ancora completamente ristabilito, accusa altri 9’ di ritardo. Nella IIIª frazione (Genova-Firenze di 312 km) Alfredo mostra la sua statura agonistica: nella discesa delle Piastre fa il vuoto e conclude l’azione soltanto al traguardo. Per vedere arrivare qualche inseguitore si dovranno attendere 4’30” (Bresciani e Brunero).

La IVª tappa (Firenze-Roma di 287,2 km) vede il ritiro di Piemontesi – fino a quel momento primo in classifica con 15’ di vantaggio - vittima di ben quattro forature, sulla salita dei Monti Cimini, preso dallo scoramento per le numerose traversie, si ferma due volte, prova a riprendere ma l’andatura è di circa 15 km/h. Dopo poco cade, rompendo la bicicletta, e decide di ritirarsi definitivamente. Quel giorno Girardengo assesta un colpo notevole vincendo a Roma e proiettandosi in vetta alla classifica generale con 1’06” su Giuanin Brunero. Il Campionissimo coglie il successo anche nella Vª giornata di gara (Roma-Napoli di 232,1 km). Gira appare inarrestabile, ma un ginocchio non gli dà tregua e il campione di Ceretta se ne accorge: nel corso della VIª tappa (Napoli-Foggia di 262,9 km), Brunero attacca l’Omino di Novi sulla breve salita di Ariano, andando verso Foggia; Costante non molla e riesce ad arrivare con i migliori.

Le sapienti cure di Cavanna non sono sufficienti per rimettere in sesto Girardengo, che nella VIIª frazione (Foggia-Sulmona di 250,8 km) dopo soltanto 80 km (alle 9.15), tra Gambatesa e Jelsi, è costretto ad arrendersi. Binda, Brunero e Vallazza giungono in quest’ordine al traguardo di Sulmona. Giovanni vince l’VIIIª tappa (Sulmona-Terni di 266,5 km) e consolida il suo primato in classifica. Alfredo Binda riuscirà a conquistare sei tappe, piazzandosi al secondo posto nella classifica finale del Giro. Brunero in queste ultime fasi della corsa dimostra tutta la sua maturità: la gestione del vantaggio acquisito è impeccabile e il terzo trionfo rappresenta un risultato eccezionale.

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  Giovanni Brunero e Costante Girardengo.

 

LA COSTANZA DI RISULTATI:

UNA QUALITÀ UMANA E SPORTIVA

Per comprendere a fondo la fisionomia della carriera ciclistica di Giovanni Brunero, è necessario collocare i tre successi al Giro d’Italia all’interno di una parabola agonistica contraddistinta da una notevole costanza di risultati. Il campione di Ceretta, negli anni che vanno dal 1921 al 1927, ha tenuto un ruolino di marcia impressionante. Innanzitutto si deve parlare dei sei podi consecutivi al Giro d’Italia (nel 1924 Giuanin non prese il via a causa di contrasti tra le case produttrici di biciclette, rappresentanti delle maggiori squadre, e gli organizzatori della corsa): delle tre vittorie ho già detto, ma a queste vanno aggiunti altri tre Giri corsi da protagonista.

Nel 1923, pur non vincendo nessuna tappa (in quella occasione Girardengo se ne aggiudicò otto su dieci), fu il grande rivale del Campionissimo. Nella IVª tappa (Firenze-Roma di 288,7 km) Brunero, a causa di una indecisione di Gira, dove mettere piede a terra perdendo 21”. Il punto culminante della sfida si concretizza durante la VIª frazione (Cancello-Chieti di 281,5 km). Gira è vittima di una foratura a Isernia, Brunero non si fa pregare e lo attacca; sul Macerone – insieme ad Aimo, Trentarossi e Bottecchia – cerca di avvantaggiarsi il più possibile. Prima del Pian delle Cinquemiglia il distacco di Girardengo è di 5’14”, ma il campione di Novi non si arrende: in completa solitudine si mette all’inseguimento dei battistrada e dopo circa 100 km (4 ore) riesce a raggiungere Brunero. Quest’ultimo, ammirato dall’impresa del contendente, gli stringe la mano dimostrando una lealtà senza tempo. Gira, mentre Giovanni si ferma a girare la ruota, prova perfino a staccarlo.

Sul traguardo il Campionissimo precede tutti con una volata magistrale. Al termine della corsa a tappe, conquistata da Costante Girardengo, il distacco di Giovanni Brunero sarà soltanto di 37”. Il Giro d’Italia 1925 viene ricordato in particolar modo perché coincide con il primo trionfo di Alfredo Binda. Durante la corsa anche Brunero riuscì a porsi in luce e a centrare il terzo posto finale. Durante lo svolgimento della IIIª giornata di gara (Arenzano-Pisa di 315 km), per colpa di una foratura, accumula 4’21” di ritardo. Nella Vª tappa (Roma-Napoli di 260 km) Girardengo fora a 30 km dal traguardo; Binda, con l’aiuto di Brunero, lo attacca. Giovanni buca a 5 km dalla fine incorre in un’altra foratura, Alfredo, per non infierire sul compagno di squadra, calma il suo ardore: la tappa viene vinta da Belloni, Brunero arriva a 15”, Gira a 5’32”.

Nell’VIIIª frazione (Benevento- Sulmona di 275 km) Brunero coglie il successo e conferma, insieme a Binda, di essere uno dei migliori in salita. Al termine del Giro, il suo ruolo di fedele scudiero di Alfredo sarà determinante nella prima affermazione del cittigliese. Nel 1927 Brunero giunge secondo al Giro d’Italia, chiudendo la serie di sei podi consecutivi (come già detto nel 1924 non prese parte alla corsa). La competizione viene dominata da Alfredo Binda che vince dodici tappe su quindici, però Giovanni riesce a togliersi la soddisfazione di un successo parziale nella XIIIª giornata di gara (Treviso-Trieste di 208,2 km). Al termine della carriera Brunero potrà contare sei vittorie di tappa al Giro d’Italia. Giovanni Brunero non mancò di dimostrare qualità anche nelle classiche imprescindibili in quegli anni.

Alla Milano-Sanremo riuscì a trionfare nel 1922 e per ben tre volte fu protagonista sul podio. Al Giro di Lombardia gioì per ben due volte consecutive: 1923, 1924 (secondo nel 1920). Nel 1924 Brunero non prese parte al Giro, ma si schierò alla partenza del Tour de France. La corsa a tappe francese fu dominata da Ottavio Bottecchia che vestì la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno (Iº successo italiano al Tour). In quell’occasione anche Giuanin si comportò molto bene: sempre nel vivo della contesa, riuscì a prevalere nella Xª frazione (Nizza-Briançon di 275 km). Purtroppo, a causa di una foruncolosi molto dolorosa, dovette ritirarsi alla XIVª tappa, quando era terzo in classifica generale. Dopo aver terminato la carriera agonistica (ultima gara: Milano-Sanremo 1929), la vita non donò a Brunero la serenità che avrebbe meritato: dopo il matrimonio con Matilde Genta (2 maggio 1931) si ammalò di tisi o tubercolosi.

I pochi anni che seguirono furono tormentati, Giovanni morì il 23 novembre 1934, all’età di trentanove anni. Un episodio che credo riassuma la statura umana, prima di quella sportiva, riguarda la fine del Giro d’Italia 1926 (quello del terzo trionfo). Alla conclusione della corsa, Giovanni scelse di tornare a casa in macchina. Appena arrivato, il fratello lo informò della festa in suo onore organizzata alla stazione dai compaesani entusiasti. Brunero, senza la minima esitazione, si rimise maglia e pantaloncini della Legnano, con la macchina arrivò alla stazione di San Maurizio (fermata precedente), salì sul primo treno e scese a Ciriè dove ricevette l’affetto dei tifosi.

 
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