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LA BEFFA DEL GIRINO ISOLATO 

ETTORE MEINI

di Giampiero Petrucci 

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Ettore Meini  

In tutta la storia del Giro d’Italia esiste un momento in cui tutto è sembrato ribaltarsi in una sorta di rivoluzione pacifica dove gli ultimi, per una volta, sono veramente diventati primi.

Una giornata memorabile per chi ama i ribaltoni, per chi apprezza lo sconvolgimento improvviso dei valori e per chi giudica i girini tutti uguali nella scala del merito storico. Quanto infatti accaduto il 19 maggio 1931 non ha eguali: la vittoria di un “isolato” che beffa i più grandi campioni, Binda e Guerra su tutti. Questo giorno straordinario merita di chiudere la nostra disamina relativa ai girini più sconosciuti e dimenticati di tutti i tempi. Stavolta parliamo di Ettore Meini e del suo inatteso quanto clamoroso trionfo nella tappa Napoli-Roma del Giro d’Italia 1931.
 
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  Lo sprint finale della Napoli-Roma al giro d'italia 1931
 
Un evento favorito dalle circostanze ed in particolare da quanto accaduto nella frazione precedente, da Pescara a Napoli, una tappa che si trasforma in una sorta di passeggiata tra l’incredulità generale. Binda (in maglia rosa) e Guerra rimangono passivi ed il gruppo si adegua, marciando a venti all’ora. Cougnet, il direttore del “Giro”, è imbestialito: gli assi prendono in giro stampa e tifosi, meritano una bella lezione. Così gli organizzatori decidono, applicando il regolamento alla lettera, di far disputare la Napoli-Roma in modo alquanto singolare: gli “aggruppati” partiranno quindici minuti prima degli “isolati” e verrà dichiarato vincitore chi avrà impiegato meno tempo a percorrere l’intero tragitto previsto.
 
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  Un opuscolo della serie I Campioni del Giorno dedicato a Meini
 
Non, dunque, il primo che taglierà il traguardo: in questo modo si spera di creare suspense e scuotere i favoriti. I coraggiosi non si lasciano scappare l’occasione della vita: mentre gli “aggruppati” iniziano blandamente la tappa, gli “isolati”, partiti regolarmente quindici minuti dopo i favoriti, si lanciano come palle di cannone, uniti come una falange macedone, spronati dal desiderio di vendicarsi sportivamente nei confronti dei tanto celebrati “assi” (ed anche, diciamo la verità, allettati dai consistenti premi promessi). Cavallini, Scorticati e Pesenti suonano la carica ed a Capua i cronometristi accreditano agli inseguitori un vantaggio di poco superiore al minuto. Gli “isolati” rimangono in una quindicina e con cambi regolari insistono: a Cassino i battistrada hanno perso quattro minuti! La sorpresa è nell’aria, chi voleva bagarre è accontentato. Sull’ascesa di Frosinone, gli “isolati” rimangono in otto (Cavallini, Meini, Cacioni, Balmamion, Cignoli, Scorticati, Pesenti e Bianchin) ed il cronometro dà loro ragione: gli “assi” hanno accumulato ben nove minuti di ritardo che a Palestrina sono addirittura diventati dieci.
 
A Gallicano però si inverte la tendenza ed il margine, data più la stanchezza degli inseguitori che la grinta degli “aggruppati”, torna a decrescere fino a stabilizzarsi sui cinque minuti, per poi decrescere sensibilmente nel finale dove una foratura di Guerra (rientrato a fatica in gruppo proprio alle porte della capitale) mette le ali a “Bianchi” e “Legnano”. Tutto pare in bilico, poco più di un minuto divide i due plotoni. Ovviamente, gli “assi” entrano per primi sulla pista di Villa Glori dove è previsto l’arrivo. Lo sprint però è caotico e convulso al punto che Binda urta la ruota posteriore di Mara e cade rovinosamente, venendo pure investito da Giacobbe e Canavesi mentre Guerra taglia per primo il traguardo. Binda, dolorante in tutto il corpo, viene caricato su un’auto e trasferito d’urgenza all’albergo.
 
Non c’è tempo per discutere né sorprendersi. Irrompono in pista gli “isolati” ed accade l’imprevedibile. Il gruppetto degli otto “isolati”, lottando fino alla fine con impeto abnorme, entra in pista con una trentina di secondi di margine sugli “aggruppati”. Meini, “un giovane e solido ragazzotto toscano” come lo definisce la “Gazzetta”, supera brillantemente allo sprint i compagni d’avventura. Il responso dei cronometristi gela la Guerra ed il pubblico: gli “isolati”, sia pure per soli venticinque secondi, hanno battuto i campioni!
 
Lo sconosciuto Meini viene dichiarato vincitore di giornata: per la prima volta nella storia del Giro d’Italia un “isolato” vince una tappa! (L’unico a ripetere l’impresa sarà Vignoli nella Napoli-Bari del 1934) Frazione atipica, è vero, divisa in due tronconi ma da un punto di vista tecnico il risultato non fa una grinza (la media sfiora i 34 orari!). Ha vinto chi ha combattuto dall’inizio alla fine. Chi, nel pieno spirito dei girini più umili, non s’è arreso mai, attendendo il momento della svolta, della rivoluzione, del clamoroso ribaltone. Mai come stavolta non ha vinto uno solo. Ha vinto l’idea, la grinta, la compattezza, l’unione che fa la forza, il crederci fino in fondo anche se non sei nessuno, se sei derelitto e “diseredato”.
 
Sorpresa, certo, nei commenti dei giornali ma anche giusti elogi agli “isolati” che esultano, cantano, si abbracciano, esausti ma felici mentre sciamano entusiasti per le vie di Roma, in “un raro e fulgido esempio di fertile cameratismo”. Commuove, e soprattutto testimonia ciò che sta alla base di ogni “isolato”, la reazione del povero Mongiano, sordomuto: giunto al traguardo in ultima posizione, a due ore e mezzo dal vincitore, quando ormai Villa Glori è deserta e desolata. Apprendendo la notizia del successo di Meini, si lascia andare ad un’incontenibile manifestazione di gioia, tra risa e lacrime.
 
Oggi ha vinto anche lui, hanno vinto tutti gli “isolati”. Ma chi è dunque questo Ettore Meini, capace di beffare i più grandi campioni dei primi anni Trenta? Pisano di Cascina, terra di campagne ed artigiani mobilieri, classe 1903, ha già all’attivo parecchi successi sia pure in corse minori. Ha iniziato a correre in maniera del tutto anomala. A 18 anni, nel 1921, fu morso da un cane idrofobo e per questo si dovette recare in un ospedale specializzato di Firenze dove lo curarono per due mesi. Qui vide il Campionato Italiano Dilettanti vinto da Zanaga e per lui fu una specie di colpo di fulmine. Decise infatti di diventare corridore.
 
Ma il suo esordio non fu dei migliori: cadde nei primi km e distrusse la bici del nonno (un catorcio di venti chili risalente ai primi del secolo) con cui stava gareggiando. Poi però, ottenuto in prestito da un amico un mezzo migliore, in dieci giorni vinse sette gare di fila, anche se si trattava di corsette tra amici. Preso dall’entusiasmo, divenne dilettante a tutti gli effetti, nonostante il padre, commerciante di bestiame, lo invitasse ripetutamente a trovarsi un lavoro, magari con i fratelli carrettieri. Invece Meini continuò a correre in bicicletta, ed a vincere, anche per distacco: nella sua Toscana come in Emilia dove lo accolse la “Nicolò Biondo” di Carpi, vera e propria fucina di talenti del periodo.
 
Passato “indipendente” nel 1928, confermò buone qualità, ottenendo una ventina di vittorie ma in corse minori, rimanendo sempre lontano dalle competizioni principali. Non molto alto né possente, definito “armonicamente proporzionato e modellato, sottile ma solido”, Meini aveva le caratteristiche del brillante velocista, anzi del “finalista e scattatore” come era giudicato dai cronisti dell’epoca. Guizzante e tempista, vinceva spesso in volata, di misura, con eccezionali rimonte negli ultimi cinquanta metri. Una specie di Freire degli anni Trenta. Ma nessuno, nemmeno in quel 1931, gli dava credito e Meini dovette disputare quel Giro d’Italia, il suo primo Giro, da “isolato”, tra l’altro lasciando di malavoglia a casa la moglie che aveva appena sposato.
 
Però, come una bella favola, Meini, nonostante i 28 anni, in quel “Giro” del 1931 coglie l’occasione della sua vita. Il successo in quella tappa anomala, l’unica in tutta la storia della “corsa rosa” con partenze separate, non passa inosservato. L’anno seguente viene ingaggiato dalla “Ganna” che lo tiene con sé per altre tre annate dove Meini diventa uno dei migliori velocisti dell’intero panorama internazionale, capace di aggiudicarsi altre 4 tappe al “Giro” e perfino una frazione del “Tour” (nel 1934). Dunque un “isolato” che, a seguito della beffa ai grandi favoriti, è divenuto, se non proprio un campione, comunque un ottimo corridore. A perenne testimonianza che talvolta, anche al Giro d’Italia e magari con un pizzico di fortuna, ogni sogno ed ogni obiettivo può essere raggiunto.
 
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