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LA LEGGENDA

DEL GIRINO ULTIMO

LUIGI MALABROCCA

di Giampiero Petrucci 

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Luigi Malabrocca l'ultimo più famoso del Giro d'Italia

Alla fine degli anni ’40 il Giro d’Italia vive pagine epiche ma non solo grazie a Coppi e Bartali. Per una volta, nella storia secolare della “corsa rosa”, anche gli ultimi diventano primi, almeno in popolarità. Merito quasi esclusivo di Luigi Malabrocca, la “maglia nera” per antonomasia.

Tortonese, classe 1920, vive l’adolescenza a Garlasco, dimostrandosi spirito indipendente e scaltro, nei boschi come nei fiumi. Di famiglia modesta (il padre è un ferroviere), tutti i giorni va a scuola a Vigevano in bicicletta ed inevitabilmente gli nasce dentro la passione del ciclismo anche se nelle sue prime gare vince poco. Ha la fortuna di ammirare da vicino le prime pedalate di Fausto Coppi con cui instaura una buona conoscenza. Si guadagna il soprannome di “cinese” per i suoi occhi vagamente a mandorla. La guerra blocca la sua carriera: prima in Africa, poi bersagliere a Milano, soffre e si arrangia come tutti.

Nel 1945 riprende a correre come dilettante, l’anno seguente passa “indipendente” e riesce a strappare un misero ingaggio alla “Welter”: 45° a Sanremo, disputa poi il suo primo “Giro d’Italia” inquadrato nel “Milan-Gazzetta”, un “gruppo” che deve la sua estemporanea costituzione alla prima squadra calcistica di Milano ed al giornale organizzatore. Malabrocca sembra a prima vista un girino come tanti. Non molto alto (1.69 m) ma dotato di un buon spunto veloce, non possiede certo classe sopraffina. Però conosce la fatica e soprattutto l’arte di arrangiarsi. Furbo ed attento, sprinta spesso ai traguardi volanti, rimpinguando le casse con i premi in natura di cui spesso sono dotate queste “volate di paese”. Nel 1946 sfrutta la sua occasione.

Già il primo giorno becca un quarto d’ora e capisce subito che non gli conviene rimanere a lungo con i primi. La sua tattica è chiara: nelle fasi iniziali e centrali della tappa racimola qualche traguardo e poi tira i remi in barca, lasciandosi sfilare appositamente nelle retrovie. A metà “Giro” la “maglia nera”, appena istituita a premiare l’ultimo in classifica, è sua e se la tiene ben stretta. Maestro di marketing, sa vendere bene il suo personaggio, regalando spunti interessanti ai cronisti. Non è una “macchietta” però il fatto che si fermi più volte, talora si nasconda pure alla vista degli avversari e non si danni l’anima in caso di forature, suscita la simpatia dei tifosi. Anche il suo cognome, così strano e con quel “mala” che sembra già presagire un sintomo di sfortuna, lo aiuta.

Sulle Dolomiti dà il meglio di sé: mentre Coppi e Bartali lottano aspramente, lui si rilassa, ammira il paesaggio, viaggia quasi come un turista. Ultimo ad Auronzo, penultimo a Bassano, con distacchi che superano i 45’. La “maglia nera” (con i consistenti premi relativi) è meritatamente sua. Malabrocca, con sessantamila lire in più in tasca, diventa popolare al punto che per lui piovono sottoscrizioni da tutta Italia, quasi un fenomeno di massa. Molti si sono chiesti da dove nasca questa popolarità. Forse anche dal fatto che la “maglia nera” rappresenta il rovescio della medaglia, avvicinandosi di più al cuore del tifoso rispetto ai grandi campioni: Malabrocca è il miglior testimone del fatto che chiunque può diventare popolare, anche senza vincere.

Ricalca un po’, fatte le debite proporzioni, ciò che oggi accade regolarmente in tv: gente comune, senza nessun background culturale né basi artistiche, diventa improvvisamente famosa quanto i divi più affermati. Grande fratello docet. L’anno seguente clamoroso bis. Stavolta la “Welter” non può non inserirlo nelle sue file e Malabrocca non vuole rischi: se nella prima tappa perde solo 7’34”, già nella seconda arriva 81° ed ultimo, a 34’54”. Ultimo anche a Prato (47’40”) ed a Bari (57’50”), non ha problemi a gestire la situazione, portando ai massimi livelli la sua popolarità. Il suo arrivo a Milano nella frazione finale, ovviamente ultimo a 22’13” dai primi, è salutato da calorose manifestazioni di affetto e simpatia. Coppi vince davanti a Bartali, ma è Malabrocca l’autografo più ricercato. Potenza della “maglia nera”!

Eppure Malabrocca tecnicamente non è un corridore così scarso, non merita di passare alla storia come il peggiore del gruppo. Lo dimostra ampiamente nelle stagioni seguenti quando, recatosi a gareggiare pure all’estero, dalla Francia alla Jugoslavia passando per il Belgio (conclude diverse “classiche”), ottiene qualche bella vittoria: Parigi-Nantes (ben 386 km!), Parigi-St. Valery, “Giro di Croazia e Slovenia” oltre ad una “Coppa Agostoni” e qualche dignitoso piazzamento (7° nella “Bernocchi” 1947, 20° a Sanremo l’anno seguente). Malabrocca quindi se è ultimo arrivato, lo è per scelta consapevole, per sapiente calcolo economico, per oculato investimento sulla sua immagine. Non per niente nelle tante ed affollate riunioni post-Giro il suo nome nei cartelloni compare subito sotto a Coppi e Bartali: il suo ingaggio non è poi tanto lontano da quello dei due primattori. Insomma, se Binda nel 1930 venne pagato per non partecipare, Malabrocca viene pagato per arrivare ultimo! Ma nel 1948 Malabrocca diserta il “Giro” e la sua assenza pesa.

La “maglia nera” senza Malabrocca non è la stessa cosa: i due sembrano fatti l’uno per l’altra, quasi una simbiosi. Non c’è entusiasmo stavolta per l’ultimo posto ed il fatto che a vestirla venga lasciato un vecchio campione ormai al tramonto come Bini, testimonia come a nessuno sia interessato ricoprire un ruolo nel quale Malabrocca ha recitato da insuperabile maestro. La grande sfida riparte l’anno seguente e stavolta si tocca il culmine assoluto. Malabrocca gareggia per la “Stucchi”, è molto atteso, ma sin dalla prima tappa si capisce che qualcosa è cambiato. Ultimo a Catania si piazza lo sconosciuto Carollo, a 1h06’05” dal vincitore Fazio. Malabrocca perde “soltanto” 26’20” e subito gli appare chiaro che non sarà facile recuperare il divario.

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Carollo, maglia nera nel 1949

Ma chi è, si chiedono tutti, questo Sante Carollo? Innanzi tutto, all’anagrafe si chiama Carolo, con una elle sola. E’ un biondo vicentino, di Montecchio Precalcino, classe 1924 e gareggia per la “Wilier-Triestina” che lo ha inserito in squadra all’ultimo momento, in sostituzione del “capitano” Magni, fermato dall’influenza. Carollo, abituato a lavorare come muratore, è un gregario tra i più oscuri. Ha comunque terminato la “Sanremo” al 78° posto, ma si presenta al “Giro” senza una preparazione specifica visto che non doveva essere della partita. Ultimo a Catania, ultimo a Messina, quart’ultimo a Cosenza, Carollo accumula in tre tappe quasi due ore e mezzo di ritardo dal capoclassifica Cottur.

Malabrocca è indeciso: la “maglia nera” è un suo dominio di caccia, ma la “Stucchi” ha un “capitano” da difendere (lo svizzero Schaer) e si deve lavorare tutti per lui. Carollo poi non fa apposta, non riesce proprio a tenere le ruote del gruppo. Malabrocca, con la solita astuzia, comunque ci prova: arriva perfino a nascondersi in un fosso, poi in una vasca asciutta ai lati della strada, infine in un bidone per la raccolta delle granaglie. I suoi tentativi, ben documentati da stampa e radio, aumentano l’interesse per la sfida della “maglia nera”. Carollo e Malabrocca diventano popolari quanto Coppi e Bartali. Nonostante tutti i reiterati sforzi dell’intraprendente avversario, Carollo resiste: a Milano giunge con 9h57’07” di ritardo dal magnifico Coppi.

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Gestri, ultimo al giro nel 1950

Malabrocca gli è subito davanti, ma a 7h47’26” di ritardo, dunque con 2h10’ di vantaggio. Troppo, quasi una vergogna. Per lui di “maglia nera” non si parlerà più. L’epopea dell’ultimo posto è finita. Sì, perché Malabrocca si dedica ad altro. Passa addirittura al ciclocross dove conquista due titoli italiani (1951 e 1953) e partecipa quattro volte ai Mondiali di specialità, confermandosi quindi corridore a tutto tondo, tutt’altro che disprezzabile in un periodo dove o si era campioni o gregari. Malabrocca ha dunque dimostrato coi fatti che esistevano altre possibilità per distinguersi dalla massa, diventare famosi e guadagnare qualche soldino in più, portando per una volta l’attenzione anche sugli ultimi. La “maglia nera” vivacchia poi per altre due stagioni.

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Pinarello con la maglia nera del giro 1951

Nel 1950 viene conquistata dal toscano Gestri (gregario di Bartali) mentre nel 1951 è appannaggio di Giovanni Pinarello, sì proprio il mitico costruttore di biciclette trevigiano con cui tanti assi dagli anni ’80 ai giorni nostri vinceranno le più importanti gare del calendario internazionale. A dimostrazione che talvolta gli ultimi possono diventare primi e che soprattutto meritano di essere ricordati allo stesso modo dei campioni perché la loro fatica è uguale, se non addirittura superiore, a chi alla fine vince. Dunque,W TUTTI!

 
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