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Gianni Trivellato: giornalista sportivo racconta il suo ciclismo del passato PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Gianni Trivellato: giornalista sportivo racconta il suo ciclismo del passato
pag.02 - I campionissimi Coppi e Bartali: chi il più forte dei due?
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Un grande giornalista sportivo
 
Gianni Trivellato racconta da cronista
 
il suo ciclismo di una volta 
 
vissuto al Giro e Tour.  
 
 
di Gianni Trivellato 

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Charly Gaul: grande campione degli anni '50 e '60

La vita e' veramente strana. Figlio di una famiglia borghese, per accontentare i miei genitori sarei dovuto diventare un ingegnere. Dopo tre mesi di frequentazione in questa facolta' all'Universita' di Padova, riuscii a convincere madre e padre che avrei raggiunto la laurea non prima dei cinquanta-sessant'anni. A quel punto fu raggiunto un compromesso: potevo trasferirmi a Giurisprudenza.

Anche in questo caso non ci misi molto a capire che non sarei mai diventato un buon avvocato. Sfortunatamente per le ambizioni dei miei procreatori, e in aggiunta anche per quelle di una buona parte del parentado, fin da piccolo avevo manifestato una spiccata attitudine allo scrivere, soprattutto storie e vicende di vita vissuta, mia ma anche di altri. Ovviamente il tutto relazionato all'eta': per cui alle scuole medie sfruttai i fogli protocollo, normalmente destinati ai compiti, per redigere un giornalino di classe che intitolai ''L'ape regina''; giornalino che si tramuto' al liceo in un foglio ciclostilato dal titolo ''Noi studenti''.

A questo punto, una volta conseguito seppure molto faticosamente il diploma di maturita', era inevitabile che io avessi un approccio con la redazione di un giornale. Non ho mai capito per quale motivo i miei genitori considerassero poco serio il mestiere del giornalista, ma purtroppo per loro, e soprattutto per mia madre, la mia unica vera e legittima strada era imboccata. Se devo essere sincero avrei fin dall'inizio preferito scrivere di fatti emergenti dalla realta' quotidiana, ma uno strano destino, legato ad intricate vicende redazionali, volle che alla fine io diventassi un cronista sportivo, specializzato soprattutto nel campo della palla rotonda e delle due ruote, quelle della bicicletta.

A dir la verita' la bicicletta mi aveva attratto fin da piccolo e ricordo che fu per me gioia immensa quando, promosso con buoni voti all'esame di terza media, mi fu regalata una bici. Una di quelle bici di 50 anni fa, con la sella bloccata e senza cambio, che per allora era uno strumento alla ...''Baffone'', cioe' ''a da venir!!!'', come dicevano i rossi nell'immediato dopoguerra alludendo a Stalin. Per noi ragazzi di 50 anni fa il cambio era soltanto quello degli indumenti che in un paese di montagna, come quello dove abitavo, veniva consacrato il sabato pomeriggio in occasione del bagno settimanale.

Ora quando sento i miei figli piagnucolare perche' l'acqua della doccia non e' calda al punto giusto, mi metto a sorridere. L'acqua calda nelle abitazioni e' arrivata solamente attorno agli sessanta e per il bagno c'erano due soluzioni: d'estate facevi riscaldare l'acqua riempiendola in capaci mastelle che esponevi poi al sole per alcune ore; d'inverno la stessa operazione veniva fatta ponendo le mastelle sopra la stufa. Non sono qui ad ogni modo per varare una personale puntata di ''come eravamo'', bensi' per parlare del ciclismo di qualche tempo fa, ancora non del tutto condizionato, come avviene oggi, dagli interessi pubblicitari e dallo strapotere delle marche.

Un tempo in cui poteva capitare, anche al Giro d'Italia, che i corridori dovessero affrontare percorsi in terra battuta, come ad esempio la salita verso il Passo Giau. Se non ricordo male eravamo negli anni settanta, quel giorno pioveva a dirotto e faceva un freddo cane, e siccome facevo parte della carovana, ricordo benissimo la condizione dei corridori. Nulla comunque in confronto a quello che patirono i ciclisti in una tappa del Giro d'Italia del 1957, da Merano al Monte Bondone. Una tappa mitica, passata alla storia sia per l'impresa compiuta dal suo vincitore, il lussemburghese Charly Gaul, che per le condizioni del tempo.

Costellata di ben 42 tornanti, la frazione fu flagellata da una vera tempesta di vento e di neve e molti giunsero al traguardo con ritardi praticamente abissali. Gaul, nonostante quelle condizioni quasi proibitive, pareva ugualmente volare: ed in effetti il lussemburghese trovava modo di esaltarsi e mettersi in evidenza come dominatore sulle salite piu' impervie e con condizioni climatiche che provocavano sofferenza agli avversari, e cioe' con vento, pioggia, neve e freddo. E val la pena ricordare che tra i suoi avversari c'erano campioni come Luison Bobet e Jacques Anquetil.

Dominatore nelle tappe di montagna in ben sette Giri d'Italia, di cui ne vinse due, e vincitore di un Tour de France, personalmente ritengo che Gaul si possa definire come il piu' grande scalatore che il ciclismo abbia mai avuto. Tra il 1954 e 1960 nessuno fu in grado di contrastarlo quando la strada andava in salita. E pensare che veniva dal Lussemburgo dove mi pare che in quanto a salite possano vantare solamente quelle dei...cavalcavia! Purtroppo Gaul aveva un difetto, nel senso che sovente si distraeva, quasi assente dalla corsa. Un anno perse un Giro d'Italia, proprio nella tappa che presentava nuovamente il Bondone, perche' all'inizio della salita si fermo', e scese dalla biccletta per fare pipi'. I suoi avversari se ne accorsero e lanciarono un attacco veemente, in primis Bobet. Gaul non riusci' a recuperare, Bobet vinse la tappa e Gastone Nencini il Giro.

Pur avendo partecipato ''in diretta'' a sette Giri d'Italia (ovviamente come giornalista...), le imprese di Gaul, Bobet, Anquetil, gli stessi Coppi e Bartali le ho vissute in gran parte leggendo i giornali e con le orecchie incollate alla radio. Eravamo negli anni cinquanta e io ero poco piu' che un ragazzino. La televisione un lontano miraggio, cui pochi credevano, battezzata da molti, soprattutto in provincia, come una ''diavoleria americana''. Il ciclismo allora era talmente importante per l'Italia che ad affiancare i cronisti sportivi durante le tappe erano mandatii fior fiore di scrittori, come Giovanni Mosca, Orio Vergani, Dino Buzzatti, Nantas Salvalaggio, Indro Montanelli.

Raccontare le tappe era raccontare l'Italia, cone le sue bellezze naturali ma anche con le sue macerie, e quindi con la voglia di ricostruire. In questo senso il ciclismo divento' il simbolo della rinascita. Come italiani non eravamo molto amati, soprattutto da parte dei francesi che ci urlavano contro ''maccherones''! Nel Tour de France dell'anno 1950 Bartali fu aggredito e picchiato in corsa da un gruppo di francesi. Arrivato al traguardo il Ginettaccio chiese ai responsabili tecnici di ritirare per protesta la squadra. A quei tempi i grandi Giri si disputavano per squadre nazionali e quindi nella squadra di Bartali e Coppi c'erano soltanto italiani.

Dopo una lunga riunione, e dopo aver sentito in Italia il parere della Federazione, fu deciso il ritiro, nonostante Magni fosse maglia gialla. Ancora oggi, a 90 anni suonati, Fiorenzo ricorda quell'episodio con comprensibile amarezza, dal momento che per lui non e' mai stato facile vincere in un periodo contrassegnato dalla presenza di due autentici campionissimi come Coppi e Bartali. Avversari che Fiorenzo ha sempre rispettato e che ha sempre ricordato con grande correttezza e simpatia, smentendo tra l'altro alcune presunte verita' che per anni hanno accompagnato i due grandi campioni.

Tra le varie cose che ricorda, Magni smentisce categoricamente l'affermazione secondo la quale Bartali sarebbe stato di destra e Coppi di sinistra "perche' - afferma Fiorenzo - entrambi votavano per la Democrazia Cristiana. Lo so per certo dal momento che con entrambi avevo un ottimo rapporto, anche se Fausto era un taciturno che parlava solamente lo stretto necessario, mentre Gino era un tal chiachierone che quando cominciava a parlare non finiva mai!'' (continua)



 
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